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Michele Manzini, artista a Verona

Le sue opere, da ammirare nel Dome di Panorama d’Italia, si concentrano sul tema del paesaggio contrapponendo all’idea di armonia, l’instabilità e il conflitto

Erranti nell’errore, Installazione e performance, Verona, Giardino Giusti (Credits: Michele Manzini)

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Redazione, 05 settembre 2014

Michele Manzini nasce a Verona nel 1967 dove vive e lavora. Da anni concentra la sua ricerca sul tema del paesaggio contrapponendo all’idea di armonia la realizzazione di figure in grado di proporre l’instabilità ed il conflitto come elementi non risolti. Ha esposto le sue opere in numerose mostre e spazi sia in Italia che all’estero tra cui: l’Istituto Italiano di Cultura a Praga nel 2009, il MAXXI di Roma nel 2009, il SUPEC di Shanghai in occasione dell’Expò del 2010 e alle Biennali di Venezia del 2011 e del 2013. Ha pubblicato diversi testi tra cui ricordiamo nel 2002 “Il paesaggio e il suo mito” Editions de la Villette, Parigi e nel 2011 “Mescolanze” Edizioni Kn-Studio. Nel 2009 ha vinto il Premio Terna per l’Arte contemporanea. Le sue opere d’arte saranno protagoniste del Dome di Panorama d’Italia dove saranno proiettate per essere ammirate durante le 4 giornate del tour. Qui racconta la sua interpretazione dell’arte in 4 punti fondamentali.

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1 – L’aspirazione delle mie opere è quella di realizzare “figure”.  Le immagini non mi hanno mai interessato.   Le figure sono un tentativo di forma che contrappongo al fascino delle immagini le quali, seppur cariche di verità, luccicano e poi svaniscono senza trasformarsi in sapere. Le figure a differenza delle immagini hanno la capacità di assumere in sé anche l’instabilità, il conflitto, l’errore, l’alterità senza dissolverla, senza risolverla. La figura è l’andamento di un’altra modalità del pensiero. Un pensiero che tiene insieme due “mezze verità”: la massima astrazione del concetto e la grande forza di ciò che è mito, sragione, analogia e immagine.

2 – Il mio lavoro si muove nella convinzione che nella finzione sia contenuta una verità che in qualche luogo ed in qualche modo si incrocia e si interseca con la realtà. Questa è la funzione della maschera, che non solo nasconde il volto, ma anche lo rivela. Nella tragedia greca la maschera non fu mai usata per nascondere il personaggio, ma per dare ad esso una verità che il volto nudo non poteva sostenere. La verità della maschera si incontra sempre con la verità del volto su cui è calata.

3 – Le mie opere migliori sono state pensate e progettate nei caffè. Mi si rimprovera spesso di non stare richiuso in studio. Sono sempre stato molto diffidente nei confronti degli studi, c’è sempre troppo passato e degli  ego troppo eccitati. L’ambiente del caffè invece non mi da né ispirazione, né trasporto. Sono gli unici luoghi che mi permettono anonimato e concentrazione. Lì ho imparato ad osservare senza gli impedimenti del raziocinio e dell’affettività. A vedere ciò che mi circonda con uno sguardo il più possibile inclusivo. Ho frequentato molti caffè, li cambio quando mi accorgo di prestare troppa attenzione agli aromi di ciò che bevo.

4 – Scrivo spesso brevi riflessioni  di carattere prevalentemente teorico: due dimensioni che obbligano alla rapidità e all’esattezza. Alle teorie mi sono sempre dedicato in modo umile, forse diverso da quello consolidato nel luogo comune. Ho sempre pensato a loro come a delle impalcature che usiamo per costruire, ma che forse dopo ci sarà conveniente eliminare. Per quanto mi riguarda ciò che è destinato a restare non è la teoria quanto l’opera. Il giudizio cui uno scritto teorico aspira, almeno nell’arte, riguarda quindi questa capacità di produrre frutti: la sua fertilità, più che la sua verità.

LE OPERE DI MANZINI

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